An Occasional Dream. Immagini singolari di fotografi anonimi

s.t. foto libreria galleria, Roma
19 aprile – 13 giugno 2009

s.t. foto libreria galleria ospita da domenica 19 aprile fino al 13 giugno 2009 la mostra An Occasional Dream. Immagini singolari di fotografi anonimi, a cura di Matteo Di Castro.

Il titolo del progetto è preso in prestito da un brano David Bowie della fine degli anni sessanta, inserito poi nell’album Space Oddity: una canzone d’amore in cui la fotografia viene evocata come un oggetto familiare ma dalle potenzialità perturbanti, se non esplosive:

In my madness
I see your face in mine
I keep a photograph
It burns my wall with time”.

Protagoniste della mostra sono appunto delle immagini-oggetto: una serie di istantanee di piccolo formato, realizzate nel secolo scorso, senza intendimenti professionali o artistici, da fotografi anonimi e destinati a rimanere tali: fotografie occasionali.

Le occasioni sono quelle offerte dal tempo libero, che proprio nel Novecento va definendosi come tale in opposizione alle regole e ai ritmi della società industriale. Il tempo sottratto al lavoro è quello della vita domestica e degli affetti familiari, delle gite, dei viaggi e delle vacanze, dello sport, delle curiosità improduttive e delle passioni private.
An Occasional Dream non propone tuttavia una visione panoramica e analitica della fotografia extra-professionale del secolo scorso. La mostra nasce come il primo esito espositivo di un progetto di ricerca che s.t. foto libreria galleria ha già avviato con continuità, evocandolo nel nome stesso di questo spazio, aperto a Roma nel 2007: raccogliere immagini anonime, fotografie senza titolo (s.t.) e valorizzarle nella loro individualità, a partire dalla sensibilità estetica contemporanea.

L’interesse per le immagini trovate, non è certo una novità nella nostra cultura artistica. Le avanguardie storiche -surrealismo e dada soprattutto- avevano già eletto l’objet trouvé non solo a inedita musa della ricerca estetica, ma a metafora stessa dell’opera d’arte. Il confronto con il repertorio iconografico di matrice anonima è poi proseguito, fino ad oggi, producendo esperienze altrettanto significative e mediaticamente sempre più articolate: dalla performance al libro d’artista, dal film sperimentale alla video installazione.
All’interno della cultura fotografica, la “rivalutazione” della fotografia anonima è invece un fenomeno relativamente recente. Le ricerche su questo tipo di immagini sono state a lungo condotte con un approccio storico-documentario, o socio-antropologico, con l’obiettivo di recuperare dei fondi fotografici omogenei, oppure di studiare fenomeni ritenuti altrettanto codificati, come appunto la pratica amatoriale dell’istantanea.

E’ soprattutto grazie al lavoro di alcuni collezionisti, fotografi, galleristi, editori e studiosi (fra i quali: Dick Jewell, Christian Skrein, Joachim Schmid, Martin Parr, Frank Maresca, Hans-Peter Feldmann, Erik Kessels, Serge Plantureux, Michel Frizot, ) che negli ultimi quindici anni le ricerche su quella che viene oggi chiamata vernacular o found photography hanno superato la fase della riscoperta di un genere secondario, puntando a una rilettura fortemente personalizzata delle immagini riconducibili a tale ambito di produzione.

An Occasional Dream è probabilmente il primo evento espositivo, nel nostro Paese, che, partendo appunto da un’approccio collezionistico, propone una rassegna volutamente selettiva di foto trovate del Novecento: una quarantina di immagini singolari.
La singolarità della foto anonima si rivela in primo luogo nei termini di una paradossale unicità dell’opera: quella stampa originale di minime dimensioni, realizzata dai laboratori fotografici dell’epoca, su carte ormai desuete, che viene conservata in casa, nelle scatole, negli album, e poi abbandonata, dispersa, gettata tra i rifiuti; fino a quando, fatalmente, conquista lo sguardo di un nuovo spettatore.

Ciò che rende singolari queste immagini è poi proprio quel non so che di curioso, affascinante, enigmatico, che le foto possono rivelare indipendentemente dal soggetto rappresentato, o dalle intenzioni di chi le ha realizzate. La singolarità, in tal senso, è un valore difficilmente definibile e tuttavia lampante: è lo scarto della realtà rispetto alla sua forma codificata, è il rivelarsi subitaneo di un senso accidentale, ulteriore, nella vita comunicativa dell’immagine stessa.
E’ come se, proprio di fronte alle foto trovate -prodotte in circostanze fortuite e comunque ignote, senza una riconoscibile intenzionalità estetica o competenza tecnica, anzi proprio grazie a una serie di effetti non voluti o ingenuamente esibiti- lo spettatore sperimentasse una condizione privilegiata di approssimazione alla scena del reale e di riappropriazione del senso dell’immagine.

E’ stato Roland Barthes, trent’anni fa anni fa, ne La camera chiara, a teorizzare e sperimentare un approccio alle immagini come scansione fulminante del visibile, capace di individuare, trattenere e riscrivere le più diverse tracce significanti impressionate sulla materia sensibile. Oggi si potrebbe forse rileggere La camera chiara come un ulteriore esempio di quell’approccio collezionistico, in prima persona, alla fotografia (e in particolare alle foto del passato) che si è sviluppato in maniera esemplare nella forma-libro.
Ma se il libro rappresenta ancora il canale privilegiato del lavoro di riscrittura delle foto trovate, una risorsa altrettanto straordinaria è offerta ovviamente da internet. E’ soprattutto dagli Stati Uniti che ci vengono gli esempi più stimolanti di siti e blog dedicati esclusivamente a questo genere di immagini. 

Vale la pena citarne almeno tre:
www.bighappyfunhouse.com
www.squareamerica.com
www.projectb.com

In occasione della mostra, sugli scaffali di s.t. foto libreria sarà possibile trovare diversi volumi sulle fotografie anonime, editi negli ultimi anni in ambito internazionale. Verrà inoltre pubblicato un catalogo, con una presentazione di un’ autorevole storica della fotografia, Marina Miraglia e un testo del curatore.

 

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