Tano D’Amico

Tano D’Amico nasce nel 1942 nell’isola siciliana di Filicudi e vi rimane fino all’età di sette anni, quando si trasferisce con i genitori in una Milano ancora piegata dalla guerra. Dopo gli studi classici al liceo Beccaria e la frequentazione della facoltà di scienze politiche alla Cattolica -anni cruciali, nei quali prende forma una visione critica dei meccanismi umani e di potere che regolano la nostra società, nel 1966 parte alla volta del Friuli per la leva militare, da lui stesso considerata una delle esperienze-chiave della sua vita. Nei quindici mesi di caserma, infatti, Tano conosce e si lega a giovani etichettati come “diversi” e di conseguenza emarginati: analfabeti, carcerati, isolani come lui.
Tornato a Milano, si rende conto di non poter tornare alla vita precedente, e si trasferisce a Roma, già in pieno fermento sociale nei mesi che precedono il fatidico ‘68. La partecipazione attiva ai movimenti lo conduce, quasi suo malgrado, sul difficile sentiero della fotografia: i compagni riconoscono l’originalità del suo sguardo, in grado di comunicare appieno i mutamenti in atto, e affidano al fotografo siciliano la parte visiva del loro impegno in giornali e riviste come Potere Operaio, Ombre Rosse e soprattutto Lotta Continua, con cui collaborerà fino alla definitiva chiusura del quotidiano. Successivamente, le sue immagini troveranno spazio anche sull’altra storica testata della nuova sinistra italiana, il manifesto.
Dai suoi primi scatti fino ad oggi, Tano D’Amico ha scelto di mettere a fuoco gli attori più marginalizzati della scena sociale -disoccupati e senza-casa, bambini e malati mentali, detenuti e immigrati, e di raccontare con continuità le battaglie dei diversi movimenti che contestano l’ordine su cui si regge il mondo in cui viviamo. Dopo i primi reportage dedicati alla Sicilia e alla Sardegna, ha viaggiato anche fuori dall’Italia: nell’lrlanda della guerra civile, nella Grecia dei colonnelli, nella Spagna franchista, in Portogallo durante la Rivoluzione dei Garofani, e più volte in Palestina. Negli anni ottanta e novanta andrà poi in Somalia, Bosnia, Chiapas e Stati Uniti.
La sua peculiare sensibilità, da giovane recepita come un difetto, diviene un tratto distintivo del suo percorso creativo e professionale, nel corso del quale riesce a incontrare anche mondi apparentemente lontani: come quello di Joseph Beuys, il grande artista concettuale di cui Tano documenta in esclusiva nel 1981 l’happening “Terremoto” a Palazzo Braschi di Roma; o come quello cattolico, che lo chiama a illustrare con le sue immagini il nuovo catechismo per i giovani e a collaborare con il settimanale Il Sabato.
Come gran parte dei foto-repoter italiani della sua generazione, Tano D’Amico non si è presentato e non è stato riconosciuto come un artista, da studiare e proporre in quanto tale negli spazi museali e nelle gallerie private. Nei progetti espositivi come in quelli editoriali sin qui realizzati, il suo nome è rimasto per lo più legato ai diversi protagonisti delle sue immagini: i giovani del ’77, i pacifisti, le donne, gli zingari… Del tutto innovativa è stata dunque la scelta di Francesco Bonami di inserire il lavoro di Tano D’amico (e quello di un’altra grande fotografa militante: Letizia Battaglia) nella mostra Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008 (Venezia, Palazzo Grassi, 2008).
Fra i suoi libri più recenti e facilmente reperibili in commercio, ricordiamo: Il Giubileo nero degli zingari, Editori Riuniti, 2000; Una storia di donne. Il movimento al femminile dal ’70 agli anni no global, Intra Moenia, 2003; La dolce ala del dissenso. Figure e volti oltre i cliché della violenza, Intra Moenia, 2004; E’ il 77, Manifestolibri, 2007; Volevamo solo cambiare il mondo. Romanzo fotografico degli anni ’70 di Tano D’Amico, Intra Moenia, 2008; Di cosa sono fatti i ricordi. Tempo e luce di un fotografo di strada, Postcart, 2011.
Mai illuso e mai arreso, irriducibile e forse romantico, Tano prosegue tuttora il suo lavoro di fotoreporter, la sua densa e appassionata ricerca sull’incanto e la speranza degli ultimi.


Share this post